Lunedì  07/03/05

8 marzo - festa della donna

"Io sapevo che cosa significava essere una donna.
 Ero una di loro.
Sapevo cosa vuol dire al mattino alzarsi prima di tutti gli altri,
preparare la colazione, ascoltare i bambini
che hanno tutti qualcosa da dire nello stesso momento, in fretta.
Stirare all’alba, rammendare di prima mattina,
far ripassare la lezione
Finalmente la casa vuota e un’ora di lavoro forsennato
per fare un minimo di pulizie, ammucchiare la biancheria sporca,
inumidire il bucato lavato, preparare le verdure
per i pasti della giornata,pulire i gabinetti.
Lavarsi, pettinarsi, truccarsi, mettersi in ordine
(se non lo fai hai la coscienza sporca:
“Una donna deve sempre essere in ordine
 e piacevole da guardare.”)
Portare i più piccoli al nido o all’asilo.
Non dimenticarsi della borsa per la spesa che si farà al ritorno.
Andare al lavoro.
L’unico lavoro importante, quello per cui sei pagata,
senza il quale sarebbe la miseria più nera.
 Tornare per la colazione di mezzogiorno.
I più grandi mangiano a scuola, la più piccola torna a casa.
 Bisogna darle affetto,
deve sentire la presenza calda di sua madre.
I più grandi si occuperanno di lei quando torneranno da scuola.
  Speriamo che non combinino guai,
che non giochino con i fiammiferi,
che non attraversino la strada senza guardare.
Gli ordini dei superiori ricevuti ed eseguiti
il più velocemente possibile,il meglio possibile.
 La spesa della sera. Senza un soldo in tasca.Pazienza.
Arrangiarsi per ottenere ugualmente un pasto appetitoso e sano:
 “Un buon pasto cancella tutti i guai.”  Le borse che pesano.
  La stanchezza che comincia a rodertela testa e le reni.
Non ha importanza: “Le donne devono pagare con la fatica
  la felicità di mettere al mondo figli.”
Tornare a casa. Ascoltare tutti. Preparare la cena.
Stendere il bucato: Lavare i bambini, controllare i loro compiti.
Mettere in tavola una buona minestra calda.
 Friggere le frittelle di mele mentre finiscono la pastasciutta:
  le gambe pesanti. La testa piena di sonno. I piatti da lavare.
Vedere come altrettanti rimproveri le ditate sui muri,
i vetri polverosi,.
  “Hai quello che meriti, figlia mia. A donna sporca, casa sporca.” .
Lo farò domenica, lo farò domenica.
L’indomani tutto ricomincia:
Correre, contare e ricontare i pochi soldi
senza i quali non si compra niente.
Guardare in una vetrina il bel vestito
che costa più di un mese di stipendio…
Farsi scopare quando si vorrebbe solo dormire, riposare.
Sentirsi la coscienza sporca a causa di ciò,
rimpiangere di non goderne più,
temere una nuova gravidanza.
Cacciare via quei pensieri egoisti:
“Devi far la moglie quanto la madre se vuoi avere un buon marito.”
Quanti giorni prima delle mestruazioni?
Non mi sono sbagliata nei calcoli?
Lui è stato attento? Quanti giorni prima della fine del mese?
Avrò abbastanza soldi? Ce la farò?
Dio mio, c’è un bambino che grida.
  E’ la piccola: Speriamo che non sia malata,
quest’anno sono mancata troppi giorni dall’ufficio
per il morbillo del grande e l’influenza del secondo.
 Finiranno col guardarmi male. Svegliarsi di soprassalto,
alzarsi nella notte. La notte nei casermoni di cemento,
  i pianti lontani, altri bambini che hanno  incubi,
lo scarico del cesso dei vicini che  tornano tardi,
Dormire. Dormire. Ecco cos’è avere una vagina.
Essere una donna:
avere un uomo e amare i figli fino alla vecchiaia.
Finchè non ti portano all’ospizio
dove l’infermiera ti riceverà parlando
come si parla ai bambini, agli scemi, ai rimbambiti:
“Starà bene con noi la nonnina, non è vero nonnina?”
E’ vero che nella vita della vecchia donna è venuto spesso
l’arcobaleno delle risate dei suoi figli,
 l’oro vecchio dell’amore,
qualche volta il rosa della tenerezza.
Ma più che altro c’è stato il rosso del suo sangue,
il nero della sua fatica,
il marrone cacca e il giallo piscia dei pannolini
e delle mutande dei suoi piccoli.
E poi il grigio della stanchezza,
 il beige della rassegnazione."
Marie Cardinal: Le parole per dirlo, 1975

    

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